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Una nostalgia e una speranza. Queste sono le fondamenta dei lavori di Alessandro La Motta, teste di statue della Grecia classica così sacre da non poter quasi essere guardate, e che, forse, non guardano più nemmeno noi.

I suoi volti esistono su tavole di rame sull’orlo del deterioramento, il materiale invecchia, ossida, il suo decadimento minaccia la sopravvivenza delle immagini. Mentre ci guardano, quasi tremano nel terrore di un’imminente cancellazione. Il pittore ritrae la paura dell’oblio della classicità.

La Motta vede una società sul baratro, pronta a implodere per lasciare posto alla successiva età. Che questa sia d’oro o di pietra, sembra dire, starà solo a noi deciderlo. Nel nostro futuro vagabondare in una landa culturale post-apocalittica, La Motta tenta di conservare i resti di un passato splendente e fondante: mentre il supporto si sgretola, aggiunge e cancella, dettaglia e custodisce. L’immagine si rinnova e sopravvive nonostante l’ostilità del rame.

Di queste esistenze miracolose fa semi di una nuova cultura, di una società fenice che rinasce dalle sue ceneri.

 

Niccolò Moscatelli

da Come il ponte il volto