Opere con poesia

 Una pittura che vive

Questi quadri di Alessandro La Motta nascono in rapporto. L'incontro con la poesia, con le parole della poesia sono lo spunto fondamentale che li fa esistere. Il rischio è allora grande, ed è il rischio dell'intellettualismo, della realtà vista da dietro la finestra, riflesso d'un riflesso, difetto tipico di tanti finti artisti italici e non, affetti da questo male difficilmente estirpabile, che possiamo chiamare in tanti modi: maniera, accademia, finzione… 

Non mi sembra così per La Motta. Sarà che conosco l'uomo, sarà per quella materia raggrumata sui suoi quadri, quei colori che sono come terra che è spalmata sulla tela e che cerca nella sua stessa materia la forma e addirittura, in maniera inaudita, il corpo dell'uomo. E sarà per i corpi stessi, schiaffati lì, insolenti, come se non dessero speranza: lo spirito della poesia, inteso non come letteratura ma come esperienza di un atto originario che pervade ogni gesto umanamente creativo, lo spirito della poesia è nel corpo, nella terra; è inutile che cerchiate altrove.

Così era per gli angeli di La Motta, che tornavano all'origine, evitando putti, edulcorazioni e new age. Allora in questo gioco di incontri e imitazioni, la provocazione rimbalza dal quadro alla parola, dal colore alla voce: cosa esiste, cosa c'è? Cosa nella materia pittorica, cosa nella prosodia? Alessandro La Motta rincorre ciò che esiste in comune usando la pittura. Semplicemente, non intellettualmente, non ideologicamente. Sa che, se non fosse così, non arriverebbe in nessun luogo. C'è troppa libertà nello strumento che ha scelto: la pittura.

Davide Rondoni, nel un libro di riflessioni sulla poesia, qui recensito ed estremamente attuale, dice qualcosa che può valere anche per La Motta, nel suo campo: "La poesia aiuta a giudicare in modo più umano la vita, poiché ne riscopre l’importanza, le riconosce il rilievo adeguato. È “una scienza nutrita di stupore” amava ripetere Piero Bigongiari. La scienza della poesia non ha come metodo l’analisi, ma il rapporto sintetico, la rapida scoperta dei rapporti e delle analogie, l’accoglienza e la valorizzazione. Per questo una buona poesia non è mai “un discorso sulla realtà” – se così fosse avrebbero ragione certi semiologi o filosofi ad accusare di impotenza il linguaggio della poesia, e, dunque, ogni linguaggio. Una buona poesia è sempre un parlare “con”, “insieme” alla realtà, non una sua rappresentazione".

La pittura di La Motta parla dunque con la realtà, non su di essa. D'altronde i poeti che ha incontrato non glielo consentirebbero: troppo vicini all'esperienza sua e nostra, troppo liberi. Sono in parte poeti conterranei e addirittura qualcuno coetaneo: oltre al sottoscritto, Rondoni, Copioli, Baldini, che sono stati fatti dalla stessa sua terra romagnola (e diversi recenti interventi sottolineano quanto sia importante per i temi e i modi di ogni artista quell'incarnazione che è il proprio paesaggio). Ma è anche e soprattutto con poeti come Cesare Pavese, il Montale di Satura, laddove la morte della moglie lo divincola dalle scettiche posizioni della novecentista lobby filosofica a cui pare talvolta condannare se stesso, Mario Luzi, Dino Campana e addirittura Pier Paolo Pasolini che la pittura non può più fingere, se davvero vuole autenticamente paragonarsi con la loro poesia.

Un'arte che dialoga con il mondo e con la poesia, questo è il tentativo di La Motta. Che fa a loro compagnia, ricevendone. Che parte da un bigongiariano stupore e anche da un realistico senso della sproporzione, tra ciò che è il prodotto concesso attraverso le mani alla pittura (e attraverso la voce alla poesia) e l'esatto e non rassegnato desiderio di compimento. Credo che venga da ciò l'inquietudine di questo pittore, che mi pare così palpabile: pittura inquieta, concreta, umile e anelante, se m'è concesso l'(apparente) ossimoro. Non si risolve la complessità del mondo, non si dipana il filo montaliano e ciò che si aggiunge di nuovo è così poco… il più è copia, eco che attraversa il lungo fare dell'uomo. Ma questo non è il problema. Il problema è vivere, e fare cose vive, come a me pare sia la pittura di Alessandro La Motta.

 

Gianfranco Lauretano – Graphie

rivista trimestrale di arte e letteratura

Cesena, giugno 2002